PSICOGENEALOGIA 1- Introduzione - Lealtà invisibili - Genitorializzazione

Pubblicato il da Maura Saita Ravizza

La parola Psicogenealogia è un neologismo che è stato usato contemporaneamente negli anni '80 da Anne Ancelin Shützenberger e da Alejandro Jodorowsky (A. Ancelin Schützenberger, La sindrome degli antenati, Di Renzo Editore, Roma 2011, p. 77).

Alejandro Jodorosky ha in seguito scelto Metagenealogia per definire il suo metodo (A.Jodorowsky, M. Costa, Metagenealogia. La famiglia un tesoro e un tranello, Feltrinelli, 2012).

La psicogenealogia di Anne Ancelin Shützenberger è un approccio psicanalitico, sistemico, contestuale e transgenerazionale che la psicologa francese ha sintetizzato a partire da diversi studi e approfondimenti e in particolare dai concetti sistemici familiari di Ivan Boszormenyi-Nagy, di cripta e fantasmi di Nicolas Abraham e Maria Torok, della nevrosi di classe di Vincent de Gauléjac, della sindrome di anniversario scoperta da Josephine Hilgar e della la psicanalisi freudiana . Lo strumento utilizzato è il genogramma o genosociogramma, sorta di albero genealogico commentato, con date ed eventi accaduti ai membri della famiglia su almeno tre generazioni.

CONCETTI CHIAVE DELLA PSICOGENEALOGIA:

PSICOGENEALOGIA JUNGHIANA - Inconscio collettivo e familiare – Sincronicità

Lealtà familiari invisibili, Boszormenyi-Nagy

Ivan Boszormenyi-Nagy, psichiatra e psicoterapeuta americano, ha elaborato il concetto di lealtà familiare invisibile partendo dalla nozione di etica relazionale, codice morale che guida le relazioni all'interno della famiglia. Lealtà riporta al concetto di legge: le famiglie hanno le loro leggi specifiche spesso sottointese, i membri sono leali quando sono fedeli alle regole familiari e sleali quando non ne rispettano i principi.[1]

La sua ipotesi è che esista una contabilità familiare implicita di cio che un membro della famiglia ha fatto per gli altri e di quello che gli altri hanno fatto per lui, di quello che deve dare o ricevere, e i conti devono essere alla pari perché ci sia giustizia.

Secondo Boszormenyi-Nagy si può parlare di relazione soddisfacente se esiste un equilibrio tra ciò che si è dato e ciò che si è ricevuto, tra credito e debito, cioè se c’è reciprocità. In caso contrario c’è ingiustizia e sfruttamento.[2]

La giustizia è in relazione alle leggi interne della famiglia che, benché sia un sistema inserito in quello più vasto della società in cui si è formata, ha delle leggi sue particolari che dipendono dal suo mito fondatore.

Secondo Boszormenyi-Nagy ogni membro della famiglia è obbligato per lealtà familiare a partecipare all'equilibrio dei conti e questo processo si trasmette di generazione in generazione. [3]


[1] I.Borszormenyi-Nagy, G. M. Spark, Lealtà invisibili. Astrolabio, 1988, p. 65

[2] I.Borszormenyi-Nagy, G. M. Spark, Lealtà invisibili. Astrolabio, 1988, p76

[3] I.Borszormenyi-Nagy, G. M. Spark, Lealtà invisibili. Astrolabio, 1988, p. 22/24

Genitorializzazione

Un altro concetto importante proposto da Ivan Boszormenyi-Nagy è la genitorializzazione, cioè quando a un bambino viene assegnato il ruolo di genitore all’interno della famiglia.

Se per una ragione o un'altra una persona non ha avuto dei genitori disponibili nei confronti dei suoi bisogni quando era piccolo, è come se non avesse ricevuto quello di cui aveva diritto. La cosa più comune e che a suo turno, quando avrà dei figli, richieda a uno di loro di avere da lui quello che il suo genitore non è stato capace di dargli. [1]

Il figlio che non ha potuto avere dai suoi genitori quello di cui aveva necessità spesso si rivolge a uno dei propri figli domandandogli di comportarsi già da piccolo come un adulto pregiudicando così la sua infanzia e ledendo il suo diritto di essere un bambino.

La genitorializzazione è transgenerazionale perché coinvolge tre generazioni: il genitore incapace di assumere la sua funzione chiede al figlio di prendere il ruolo del suo genitore carente che è stato il nonno del bambino. Questi bambini crescendo diventeranno a loro volta degli adulti fragili che avranno bisogno di genitorializzare i propri figli domandandogli troppo. La strumentalizzazione dei bambini da parte dei genitori può così ripetersi di generazione in generazione fino a che qualcuno ne prenda coscienza e fermi la ripetizione.[2]

Boszormenyi-Nagy scrive anche che una certa genitorializzazione può essere richiesta da un genitore al figlio in momenti di particolare dificoltà e che questa temporanea domanda non solo non è negativa per il figlio ma anzi è gratificante e lo aiuta a crescere. Ma quando questo accade spesso e diventa la regola e non più un eccezione, al figlio viene chiesto continuamente di prendere delle responsabilità che non competono a un bambino, allora si crea una relazione patogena.[3]

[1] I.Borszormenyi-Nagy G. M. Spark, op. cit. pag.205

[2] I.Borszormenyi-Nagy G. M. Spark, op. cit. p.176 e sgg.

[3] I.Borszormenyi-Nagy G. M. Spark, op. cit. pag.40

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