TRAUMI STORICI

Pubblicato il da maura saita

"Quelli che non si ricordano del passato sono condannati a riviverlo." March Bloch

Per traumi storici intendo eventi drammatici che hanno coinvolto migliaia di persone e che hanno avuto un impatto traumatico sul singolo individuo.

Ci interessano in psicogenealogia perché, in alcuni casi, ci aiutano a meglio comprendere che cosa nel passato degli antenati non si è elaborato, risolto, concluso, che ancora si ripete, per trasmissione transgenerazionale, nella vita dei discendenti.

La prima guerra mondiale ne è un esempio eclatante: milioni di italiani coinvolti in una guerra assurda nella quale venivano usate strategie obsolete mentre i soldati erano obbligati ad avanzare sotto il fuoco di armi ben più micidiali delle precedenti guerre.

Mitragliatrici, granate, artiglieria pesante, uccidevano centinaia di combattenti obbligati ad uscire dalle trincee da ordini inumani, in campo aperto, senza potersi difendere.

Nelle trincee si trovavano, nei momenti in cui i soldati dovevano avanzare verso una morte quasi certa, i Carabinieri con i fucili spianati con l’ordine di sparare alla minima resistenza agli ordini.

“Tutte le volte che c’era un attacco arrivavano i Carabinieri. Entravano nelle nostre trincee, i loro ufficiali li facevano mettere in fila dietro di noi e noi sapevamo che, quando sarebbe stata l’ora, avrebbero sparato addosso a chiunque si fosse attardato nei camminamenti invece che andare all’assalto”[1]

Secondo Aldo Cazzullo su nessun fronte furono condotti assalti sconsiderati come quelli voluti dai nostri generali sul Carso e sulle alpi Trentine. Zone brulle, montagne da scalare senza protezione, territori granitici che, quando venivano colpiti dall’artiglieria, esplodevano in schegge appuntite che potevano colpire e mutilare anche a chilometri di distanza. Nessuna strategia militare adatta a una guerra che aveva a disposizione un armamento di una efficacia mortale, mai sperimentato prima. I soldati erano costretti ad avanzare sui cadaveri dei loro commilitoni, amici, considerati come fratelli.

La guerra è grande per la sua smisurata capacità di annientamento per le sue dimensioni industriali, per il carattere seriale della sua produzione di morte. (…) morte di massa che (i soldati) colgono come il nuovo prodotto della guerra totale (…) È prima di tutto l'esperienza vissuta degli assalti e dei bombardamenti dove la carne umana viene dilaniata e macellata si confonde con la materialità senza vita delle cose si frantuma e si disperde in brandelli e frammenti senza identità. (…) questa guerra smisurata tragica e oscena degli assalti forsennati dove ogni cosa perde il suo volto riconoscibile e umano. (…) la visione della morte seriale di massa esorbitante, ridondante: i cumuli di cadaveri, la contaminazione, la promiscuità coi corpi in decomposizione. [2]

L’orrore di questa guerra spesso non è stata raccontata dai reduci che si sentivano colpevoli per essere sopravvissuti e che non potevano parlare della loro disperazione alle famiglie in festa per la fine della guerra.

Il silenzio di questi uomini ne ha fatto dei padri assenti, li ha spesso spinti a trovare sollievo nell’alcool, nella violenza facendo del trauma vissuto “un cancro nell’anima” come dice Boris Cyrulnik, che, non riuscendo a essere condiviso, ha avuto ripercussioni su tutta la vita familiare.

Il dramma di chi ha vissuto lo strazio di una guerra atroce, disumana, dove i soldati non erano altro che pedine di un gioco che alcuni generali sacrificavano con la massima indifferenza.

“… i reparti che diventavano il prezzo da pagare per il terreno conquistato: un ettaro diecimila morti.(…) i feriti, i mutilati, gli esseri restati senza volto, i fanti resi folli da quello che avevano visto e patito…”[3]

E la tragedia vissuta dalle le famiglie dei soldati che non avevano la possibilità di vedere la salma del defunto che, se non identificato chiaramente, come accadeva nei numerosi assalti in campo aperto, veniva definito “disperso”, lasciando uno spazio alla speranza che spesso non permetteva l’elaborazione del lutto. Lutti che, per questa ragione, potevano durare per tutta la vita senza mai concedere al dolore per la perdita di trasformarsi. Quindi madri, mogli, sorelle, fratelli, figli, persone che sono state considerate anaffettive perché sovrastate dal dolore, incapaci di ricollegarsi con i propri sentimenti.

Per questo comprendere i fatti storici e la loro portata nelle storie individuali è importante in psicogenealogia : ci aiuta a fare chiarezza su parte della storia familiare diventata incomprensibile, nebulosa, inafferrabile.

Anche lo studio delle emigrazioni del secolo scorso verso paesi lontani può essere di aiuto a comprendere le sofferenze dei nostri avi: le persone partivano lasciando dietro di sé la famiglia di provenienza, i genitori, i nonni, senza la speranza di ritornare per poter vedere morire i propri vecchi. Con il senso di colpa di lasciare la propria famiglia e lo spaesamento e il conflitto di chi abbandona le proprie origini.

Le crisi economiche, come quella del ’29, che ha creato nuova povertà in un paese già poverissimo come l’Italia, crisi di famiglie e individui, i nostri nonni e bisnonni, che si vedono confrontati alla miseria, alla fame, alla disperazione. E alla vergogna, ancora presente in alcune storie di famiglia per cui la povertà diventa un segreto inconfessabile e la tubercolosi, nata dalla povertà, dal malnutrimento, dalle condizioni misere, una malattia che si nasconde a tutti i costi.

Naturalmente anche la Seconda Guerra mondiale è stato un trauma storico di una portata molto vasta: le leggi razziali hanno fatto vittime innocenti e diviso le famiglie, i bombardamenti nelle grandi città le hanno decimate, la miseria del razionamento ha fatto nascere il mercato nero in cui pochi si sono arricchiti sulla fame di molti. Con i conseguenti sensi di colpa transgenerazionali. Perché io, il Signore, sono il tuo Dio, un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione (Esodo 20:5)

L'uomo "civilizzato" del secolo scorso ha compiuto atti per i quali i suoi discendenti provano raccapriccio, orrore, vergogna.

La vergogna delle ingiustizie del secolo scorso ci abita come una ferita impersonale collettiva inflitta alla figura dell'uomo, ferita partorita dal XX secolo che non assomiglia a nulla di quello che l'uomo sapeva di sé stesso fino a quel momento.[4]

La psicogenealogia, permettendo un’analisi transgenerazionale dei traumi vissuti dagli antenati, consente di fare atti simbolici per andare “oltre” i fardelli che ci sono stati trasmessi.

Le colpe dei padri ricadono sui figli fino alla terza generazione, dice la Bibbia, e gli studi effettuati negli Usa sui traumi hanno messo in evidenza che il materiale genetico si modifica a causa del trauma e che questa modificazione si trasmette fino alla terza generazione.[5]

Maura Saita Ravizza

maura.saita@libero.it

3409345394

Programmi http://psicogenealogia-costellazioni.it/article-homepage-psicogenealogia-e-costellazioni-psicogenealogiche-124629927.html


[1] A.Cazzullo, La guerra dei nostri nonni, Mondadori, 2015, p.31

[2] Antonio Gibelli, La guerra grande. Storia di gente comune, Laterza 2014, pgg 46/47

[3] idem, p. 8

[4] M. Saita Ravizza, Psicogenealogia e segreti di famiglia. Progetto senso e resilienza, Mursia, 2015, p.33

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